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PROVA SU STRADA: Leicina Special
Al top della gamma S/8 del fabbricante di macchine fotografiche senza dubbio più leggendarie al mondo, si colloca la "Leicina Special", una delle poche cineprese a ottica intercambiabile. Diamo quindi uno sguardo al Super 8 secondo Leica.
ALCUNE
CURIOSITA' Insomma, una meccanica robusta e duratura, racchiusa in un corpo macchina semplice e lineare quanto resistente, di rigoroso design teutonico. Senza compromessi, se non - forse - quello estetico: non è esattamente una bellezza. E non ci sono "fronzoli" come l'esecuzione automatica di dissolvenze semplici o incrociate, né la lettura automatica della sensibilità della pellicola, mediante le tacche presenti sui caricatori. In questa macchina, il cui comparto pellicola è incredibilmente "vuoto", in quanto privo di microswitch ecc. (con la sola eccezione di quello che inserisce il contametri), la sensibilità si imposta con un selettore esterno. L'eliminazione dei microswitch interni è sicuramente andata a favore della semplificazione (e della affidabilità) della parte elettronica relativa all'esposimetro.
Altre curiosità che spuntano fuori spulciando fra le pagine dei vari forum on-line, riguardano la particolare costruzione del guidapellicola: a prima vista esso non sembrerebbe niente di particolare, ma se si andasse a misurare con precisione il suo spessore, si potrebbe verificare che esso presenta un piano di scorrimento pellicola leggermente più sporgente rispetto al solito; pertanto il gate va a incassarsi nel quadruccio del caricatore un po' più in profondità; questo provoca l'applicazione di una forza maggiore fra pressore e film. La superficie del guidapellicola è lavorata con precisione infinitesimale in modo da annullare o minimizzare eventuali turbolenze nel trascinamento, dovute ad attrito eccessivo, in caso di pellicola con condensa o caricatori non perfetti. Inoltre il quadruccio di ripresa presenta - appena accennato - un allargamento conico crescente verso il lato perforazioni e - si dice - sia trattato con un rivestimento duro e al tempo stesso scorrevole, simile al teflon. Il risultato di tutti questi accorgimenti è un'immagine dalla stabilità - verrebbe da dire - simile a quella di una diapositiva; scherzi a parte, per quanto riguarda la stabilità, il potenziale anello debole nell'uso di questa macchina è la sola mano dell'operatore, qualora non fosse sufficientemente "felice" e ferma.
Sull'otturatore c'è da dire che ha un'apertura fissa di 163,5° circa, un valore apparentemente strano, ma che in realtà è perfettamente calibrato per ottenere esposizioni per singolo fotogramma di 1/55" di secondo a 25 fps e di 1/40" a 18 fps; questo, secondo i progettisti Leica, facilita la vita quando si vuole usare un esposimentro esterno, infatti talvolta si leggono sui manuali istruzione valori strani come 1/43" o 1/37", che non sono presenti sulle scale degli esposimetri. Si tratta di una pignoleria, ma anche da questo si capisce l'amore per la precisione dei tedeschi.
Leicina
Special è dotata di una fotocellula al CdS di ottima qualità
che riceve luce da un prisma deviatore, da non toccare assolutamente
con le dita, pena il degrado delle immagini filmate. Secondo le specifiche
del manuale istruzioni, il prisma ripartisce la luce nel modo che
segue: 80% alla pellicola, 10% al mirino e 10% all'esposimetro. La
sua forma è tale che prima di giungere alla pellicola, la luce
subisce un solo "furto" del 20% e solo dopo, questa quantità
di luce viene ulteriormente suddivisa tra fotocellula e mirino. Quindi
la "purezza" dei fasci luminosi è davvero molto elevata,
al punto che i tecnici Leica poterono permettersi di inserire un filtro
neutro che entra in azione quando il filtro di conversione incorporato
n° 85 viene disinserito. Perché? Perché in questo
modo la precisione di fuoco è assoluta. La taratura dell'esposimetro
è abbastanza neutra e la reattività del sistema a bruschi
cambiamenti di luce non appare particolarmente fastidiosa lavorando
in automatismo. Certo che su una macchina di questa classe avrei preferito
una fotocellula al silicio, ma non si può avere tutto...
Però una cosa da dire in effetti c'è: il test di copertura da me effettuato dimostra che è davvero molto preciso, nel senso che non solo si ritrova impressionato sul fotogramma esattamente ciò che si era inquadrato nel mirino (o al limite pochissimo di più, lungo i bordi, che viene poi tagliato dal mascherino di proiezione), ma è anche perfettamente in bolla: caratteristica ottima per filmare i titoli, che con altre cineprese dal comportamento meno eccelso (anche di nomi blasonati) potrebbero risultare pendenti per un verso o per l'altro o non perfettamente centrati.
Poiché questa macchina non è fornita di un otturatore a specchio per la visione reflex, bensì, come già detto, di un ottimo prisma, nel mirino si ha la comodità di non vedere l'immagine che sfarfalla mentre si filma, pur conservando la praticità del controllo diretto della P.d.C. dato che il diaframma è posto all'interno dell'obiettivo, quindi prima del prisma stesso. Non è visibile, invece, la tinta arancione dovuta al filtro inserito, poiché questo si trova a valle del prisma. Si tratta, come accennato, di una cinepresa con l'esposimetro che lavora in modalità "stop-down", ossia con il diaframma sempre aperto all'effettivo valore di lavoro: di questo occorre ricordarsi quando si focheggia, poiché se il diaframma fosse chiuso a valori stretti, la messa fuoco non potrà essere del tutto precisa. Per questo motivo l'unità di controllo dell'obiettivo è dotata di un pulsantino rosso posto sulla sua parte inferiore: premendolo si provoca l'immediata apertura del diaframma al valore di 1.8 indipendentemente dalle condizioni di luce e di sensibilità della pellicola, per il tempo strettamente necessario a regolare la messa a fuoco con la minor P.d.C. disponibile. Certamente occorre farci un po' l'abitudine se si è abituati a macchine di altro tipo. PARCO
OTTICHE La macchina veniva fornita con un'ottica che è ormai una leggenda nel S/8 lo Schneider Cinegon 1:1,8/10 mm: semplice, privo di qualsiasi automatismo, compatto, leggero, pratico e strabiliante dal punto di vista della risolvenza, poiché dotato di una incisività che davvero richiede al S/8 di tirar fuori tutta la definizione di cui è capace.
La forza di questo obiettivo, pur nelle limitazioni dovute all'uso esclusivamente manuale che se ne può fare, sta nella sua grande compattezza e leggerezza, qualità che lo rendono più maneggevole e meno "invasivo" dell'Optivaron fornibile quale accessorio. Inoltre presenta una scala di fuoco davvero molto ampia che va dall'infinito a circa 3 cm dalla lente frontale (12 cm se si prende in considerazione la distanza dal piano di scorrimento della pellicola). Ha una copertura di campo di 36x27 mm, come dire che è possibile riempire il mirino con una diapositiva davanti a questo obiettivo, ciò che rende possibile filmare piccoli dettagli senza ricorrere ad alcun tipo di aggiuntivo.
L'altra ottica veramente dedicata a questa cinepresa è un classico del S/8: l'eccellente Optivaron 1:1,8/6-66mm, sempre di fabbricazione Schneider, adattato dall'attacco "C", inizialmente sviluppato per la Beaulieu, all'attacco baionetta Leica M. In origine questo obiettivo poteva essere ordinato tanto con l'unità di controllo zoom/diaframma automatico (Leicinamatic), quanto in versione totalmente manuale. In pratica oggi l'unica versione reperibile è la prima, e si comprende il perché: l'unità di controllo è un vero aiutante che semplifica notevolmente l'utilizzo della cinepresa, qualcosa di cui non si vorrebbe davvero fare a meno. Inoltre la motorizzazione dello zoom consente carrellate ottiche molto accurate e uniformi, con la possibilità di variare la velocità da lenta a veloce mediante un potenziomentro.
Da un punto di vista fotografico, i primi test effettuati a confronto tra queste due ottiche parrebbero evidenziare una leggera differenza di contrasto e una maggior pulizia dei mezzitoni in condizione di luce media (senza eccessivi squilibri di illuminazione), a favore del Cinegon. Sempre su quest'ultimo, l'immagine dà una sensazione di maggior cristallinità, ma comunque anche il poderoso Optivaron se la cava egregiamente, tanto che in assenza di un confronto diretto "fianco a fianco", è davvero impossibile dire a occhio quale obiettivo sia stato usato per filmare una certa scena. Può darsi che dopo aver usato per qualche anno queste ottiche mi debba ricredere, ma per il momento, per quanto possa valere, ho questa impressione.
I tempi di esposizione sono i seguenti: 9
fps: 1/20" Una cosa che non tutti sanno, è che Leicina Special è fra le poche macchine a mantenere questi tempi anche filmando a scatto singolo, laddove la maggioranza delle cineprese imposta di default il tempo che si avrebbe filmando a 18 fps. La Casa, comunque, dice di impostare il relativo selettore sempre su questo valore quando si usa lo scatto singolo. La cinepresa è dotata anche di scatto di lunga durata (posa "T"): premendo il pulsante di avanzamento con trascinamento a fotogramma singolo, l'otturatore si apre e resta aperto fino a una seconda pressione. Utile per filmare il cielo o ambienti molto scuri senza movimento. Ovviamente è di rigore un esposimetro esterno e, altrettanto consigliabile, il "controller" ST-1 col quale è possibile rendere perfettamente uniforme l'esposizione di ogni singolo fotogramma con la posa "T", ed effettuare tutta una serie di riprese intervallate, sia a cadenze continue che a fotogramma singolo. SISTEMA
SONORO QUALCHE
CRITICA
Il punto davvero dolente di questa cinepresa, a parere di chi scrive, è l'aspetto ergonomico, in quanto, pur perfetta per riprese su stativo, non si può dire che i progettisti si siano sprecati nel tenere in considerazione perfino le più semplici esigenze di una ripresa a mano libera, a differenza di quanto asserito sul manuale istruzioni. Infatti non potrei nemmeno parlare di una vera impugnatura: sul fondo della macchina è presente una "bacchetta" incernierata che si integra perfettamente col fondo stesso. Quando occorre "impugnare" la macchina a mano, questa bacchetta, priva di qualsiasi riguardo per l'anatomia della mano, viene sbloccata e si colloca in posizione esattamente verticale. Il suo spessore la rende ciò che di più lontano io abbia mai visto rispetto a una vera impugnatura. Sicché è necessario ricorrere a un qualche tipo di spallaccio per avere un vero punto di appoggio: l'accessorio delle Nizo mute, un supporto a spalla richiudibile davvero interessante, può senz'altro essere d'aiuto. Ancora di più, lo spallaccio originale della stessa Leica, che presenta un'impugnatura a movimento fluido con cui non è difficile realizzare panoramiche accettabili anche senza stativo. Abbastanza raro, purtroppo. Poco leggibile la scala del contametri e poco utile il contafotogrammi a cui avrebbe giovato la possibilità di azzeramento. E infine la realizzazione di dissolvenze incrociate è un po' macchinosa, specie lavorando in manuale, dato che la macchina si serve della variazione dell'apertura di diaframma, piuttosto che della più raffinata soluzione della chiusura/apertura dell'otturatore.
Probabilmente è l'unica macchina che riesce a eseguire dissolvenze anche lavorando in manuale (si sentirebbe, invero, l'esigenza di una terza mano...) cosa normalmente preclusa, per esempio alle Nizo, alle Sankyo e a molte altre macchine, in cui il disinserimento dell'automatsmo esposimetrico esclude anche il collegamento fra l'elettronica di controllo e il servomotore del diaframma, rendendo possibile l'esecuzione di dissolvenze solo in automatismo.
Ecco come si deve procedere: mentre si filma usando la mano destra per tener premuto il pulsante di scatto, con l'altra mano si deve premere l'apposito tasto (v. foto soprastante): esso farà marciare la cinepresa ancora qualche secondo, impedendo la raccolta nel caricatore della pellicola appena esposta; contemporaneamente l'automatismo dell'obiettivo causerà la progressiva chiusura totale del diaframma. Quindi la cinepresa si bloccherà da sola e sempre da sola, riavvolgerà la stessa quantità di pellicola, per poi predisporsi alla esecuzione della seconda parte della dissolvenza. Ovvio che operando in manuale, bisognerà trovare il modo di azionare anche la ghiera del diaframma, da cui l'esigenza di una terza mano. Il tasto di scatto sulla parte superiore del corpo macchina è dotato, però, di blocco di marcia continua e questo può aiutare. E con questo credo di essermi dilungato a sufficienza sulle critiche; onestamente non riesco a trovarne altre. Per concludere c'è da dire che si tratta di una gran bella macchina, ma non per chi deve cominciare, specie se ha scarne competenze fotografiche. Leicina si rivolge a un utente con un minimo di esperienza, viste le peculiarità operative che essa richiede. E' la macchina perfetta per l'amatore evoluto che mette al primo posto qualità e affidabilità, anche a costo di sacrificare un po'la praticità. Del resto la somma da sborsare per comprarne una oscilla dai circa € 300 in su, per cui non è certo un oggetto di curiosità per chi vuol solo cominciare a vedere la resa del piccolo formato.
Consigliabilissima, invece, a chi ha già un certo percorso alle spalle e vuole una macchina che gli garantisca la performance, nel deserto come sulla vetta innevata di una montagna. Saluti a tutti e alla prossima. |